Cari tutti,

stiamo attraversando tutti un momento difficilissimo, di più chi è in prima linea a stretto contatto con il nemico, con il dolore, con la morte, con se stesso, ma con il coraggio di un eroe; ma anche chi, in isolamento nelle proprie case, cerca di tenerlo lontano questo nemico.

Ma vogliamo guardare avanti e abbiamo fiducia che tutto ciò finirà presto se avremo il coraggio di affrontare insieme e uniti – pur se distanziati! – questa battaglia.

L’iniziativa che ANIRCEF vuole proporvi è quella di narrare il vostro disagio, le preoccupazioni, le ansie, le paure, l’incoraggiamento e le speranze attraverso una breve scrittura, un commento, una poesia, una riflessione e, perché no, anche attraverso un disegno, una canzone o una foto.

Ciò può aiutarci a ristabilire quel caos emotivo che questo Coronavirus ci sta creando e le nostre storie, se condivise, possono aiutare tutti noi a sentirci più vicini.

Un caro abbraccio  e insieme  CE LA FAREMO!


Perché alcuni amano il rischio? E che peso ha la genetica in tutto questo?

Giovani sprezzanti di Covid dediti alla movida, guidatori spericolati: il DNA non basta a spiegare questi comportamenti , contano anche ambiente sociale e familiare

di Cesare Peccarisi

Che cosa spinge in questo periodo di pandemia da Covid alcune persone, principalmente giovani, ad adottare comportamenti a rischio come radunarsi nella cosiddetta movida, non usare la mascherina o avere contatti troppo ravvicinati? Il problema non è nuovo ed era già stato osservato durante la pandemia da HIV in cui la trasmissione del virus dell’AIDS si tingeva anche di note stigmatizzanti legate all’omosessualità. Ciò nonostante alcuni, ancora una volta soprattutto giovani, sembravano voler sfidare il destino concedendosi rapporti non protetti.

Il pericolo è il mio mestiere

Questo era il titolo di una fortunata serie di documentari della TV anni ’70 nato in USA col nome di Thrill Seekers, cioè Cercatori di Brividi, che in 82 puntate narrava le gesta spericolate di piloti d’ambulanza, elicotteristi, pompieri, stunt-man, eccetera, sempre impegnati in imprese impossibili alla stregua di James Bond o di Tom Cruise. Cosa lega quegli eroi televisivi ai giovani che oggi sfidano l’AIDS e il Covid?

Studi genetici

Prova a dircelo uno studio appena pubblicato su Nature Human Behaviuor dai ricercatori americani della Pennsylvania University ,diretti da Gideon Nave, e da quelli svizzeri dell’Università di Zurigo, diretti da Gökhan Aydogan, che hanno valutato 12.675 campioni genetici ricavati delle biobanche europea e inglese che avevano raccolto dati da 500mila volontari con età da 40 a 69 anni per valutare comportamenti a rischio come fumare, bere, guidare in maniera azzardata o avere rapporti sessuali promiscui. I ricercatori hanno così scoperto che esiste una predisposizione genetica a rischiare.

Questione di cervello

Ma non basta nascere James Bond o Tom Cruise per essere sventati: effettuando un’ulteriore valutazione tramite risonanza magnetica funzionale del cervello dei portatori di questa predisposizione genetica i ricercatori si sono accorti che questa influiva sull’anatomia dell’encefalo riducendo la materia grigia di tre aree: corteccia prefrontale dorsolatrale (in sigla dl-PFC), putamen e ipotalamo. Ma per spiegare i comportamenti a rischio non basta neppure questo: il riscontro tramite neuroimaging di tale alterazione anatomica giustifica infatti la propensione ad avere questi comportamenti solo nel 2,2% dei casi.

Fattori sociali

Per dedicarsi alla movida anche se si sa quali sono i rischi di infettarsi e di infettare, o per guidare a fari spenti nella notte, come recitava una vecchia canzone di Battisti, occorrono anche altri fattori di natura biologica, ambientale o relativi all’educazione familiare che, secondo Gideon Nave, si aggiungono pesantemente al substrato genetico-anatomico, aumentandone o riducendone gli effetti. «È basandoci su questo che abbiamo lanciato una sfida con il nuovo programma di ricerca BIG BEAR (acronimo di Brain Imaging and Genetics in Behavioral Research, cioè visualizzazione cerebrale e genetica nella ricerca comportamentale n.d.r.) nato per capire come mettere da parte i fattori minori e identificare quelli che davvero inducono a comportamenti a rischio — spiega Nave – Per esempio se si proviene da una famiglia in cui si mangia molto, i genitori hanno geni legati ad un comportamento di sovralimentazione e se anche il figlio ha un comportamento di questo tipo— conclude Nave—- si potrà dire che c’è una correlazione fra geni e comportamento, ma ciò non significa che i geni abbiano causato direttamente quel comportamento»

Corriere.it – Neuroscienze – 24 febbraio 2021


Con la pandemia gli stessi problemi di sonno e adeguamento del jet lag

I rischi cui è esposto chi ( e sono molti) ha perso il ritmo delle abituali attività di vita e di lavoro e i rapporti sociali, «abusa» di Tv e computer. E anche di cibo

di Cesare Peccarisi

Lo hanno chiamato« jet lag sociale » . Si tratta dell’aumento dei disturbi del sonno esploso durante la pandemia e il riferimento è al noto fenomeno del jet lag, cioè ai problemi di sonno e di ambientamento che colpiscono chiunque faccia un volo intercontinentale cambiando fuso orario e stagione. La nuova definizione è stata coniata dagli specialisti riuniti online al 22° congresso SINPF, la Società Italiana di Neuropsicofarmalogia .

«Volo» senza scalo

«Con l’arrivo della pandemia è un po’ come se tutti fossimo saliti a bordo di un aereo che non atterra mai, alterando così i nostri ritmi sonno-veglia » spiega l’ex-presidente della SINPF, Giovanni Biggio dell’Università di Cagliari che ha illustrato questo problema questo al convegno intitolato »Quando Tutto Cambia»
«Questo volo senza scalo assomiglia alla costrizione in casa impostaci dal lock-down in cui si perde il ritmo delle abituali attività di vita e di lavoro e i rapporti sociali. Il naturale alternarsi del ciclo luce-buio che favorisce sonno e ritmi di vita è il principale fattore perduto: non ci si alza più alla solita ora per andare in ufficio o a scuola e la sera ci si attarda alla TV o al computer. La continua esposizione alla luce artificiale di casa o a quella blu degli schermi TV o dei PC usati in smart-working, mette in crisi l’epifisi, la ghiandola posta dietro la fronte che, in risposta agli stimoli luminosi naturali, produce l’ormone dei ritmi del sonno chiamato melatonina che sale la sera e scende il mattino».

Abbuffate di tv

A proposito dell’esposizione alla luce blu da TV uno studio indio-asiatico pubblicato quest’estate su Psychiatry Research riporta la crescita del cosiddetto “binge watching”, cioè delle abbuffate televisive, un comportamento patologico che nel sud-est asiatico durante il lock-down è aumentato fino al 73,7%. Chi ne è colpito passa la giornata al teleschermo, in oltre la metà dei casi per noia (52,6%), in un quarto per ridurre lo stress e nel 15,7% per vincere la solitudine, guardando per almeno 5 ore consecutive soprattutto notiziari (69,2%) o programmi di you-tube (52,7%). Questa cyber-psicopatologia procura affaticabilità cronica, irritabilità, disturbi dell’umore, ridotta efficienza lavorativa e una significativa interferenza col sonno. Il disturbo è noto anche in USA dove secondo dati Statista, la principale business platform mondiale, il 70% circa di chi ha fra 18 e 44 anni guardava a ripetizione show televisivi e film (in quasi la metà dei casi donne: 49%). Il 90% di tutti i binge-wiever, cioè chi si “abbuffa” di televisione, riporta disturbi del sonno e molti passano addirittura intere notti in bianco a guardarla.

Abbuffate di cibo

Ma c’è un altro fenomeno emerso durante il lock down che risponde agli stessi meccanismi delle abbuffate televisive: quello delle abboffate di cibo. I ricercatori del MIT diretti da Rebecca Saxe ne hanno fornito la prova con risonanza magnetica funzionale su Nature Neuroscience.I ricercatori hanno dimostrato che il distanziamento sociale ha indotto un eccessivo desiderio di cibo dovuto all’iperattivazione di particolari aree cerebrali, un concetto che gli autori allargano anche alla socialità: la fame di rapporti con gli altri.

Fame e stress

A governare questa “fame” sono sia le strutture alte della corteccia cerebrale, sia quelle più basse del mesencefalo col suo sistema limbico, evolutivamente più antico. Ma se al cervello limbico per placare la fame basta mettere qualcosa sotto i denti, la »fame» corticale è più selettiva, un po’ come quando torniamo dagli USA e quello che ci manca davvero è un buon espresso e una vera pastasciutta. E lo stesso vale per i rapporti sociali: in questi giorni ci mancavano tutti, ma sempre qualcuno in particolare. «Lo stress da solitudine imposta dall’isolamento –spiega Biggio- dopo 10-12 ore attiva il desiderio di cibo e della gratificazione che ci deriva dal suo consumo in virtù delle connessioni con la corteccia frontale e prefrontale». Se poi consideriamo che fame e stress sono regolati dalla stessa regione limbica chiamata ipotalamo che li mantiene sui piatti opposti della stessa bilancia è facile comprendere come lo stress indotto dalla pandemia si associ all’insonnia nel far aumentare il desiderio di cibo.

Isolati, affamati e insonni

Opportuna appare dunque l’approvazione da parte dell’EMA di una nuova terapia che ripristina in maniera naturale i cicli perduti di sonno, un effetto che può riequilibrare anche questi piatti della bilancia ipotalamica. Si tratta della melatonina a rilascio prolungato che, seguendo la stessa curva di diffusione sera-mattino di quella naturale dell’epifisi, ripristina un sonno fisiologico, riducendo il fenomeno della cosiddetta “inerzia morfeica da sonniferi” ( cioè l’intontimento che segue a una dormita indotta farmacologicamente )e migliora del 55% la qualità del risveglio, finora pessima in oltre la metà degli adulti che fanno uso di sonniferi, una percentuale raddoppiata col lock down coinvolgendo anche classi d’età inferiori ai 55 anni.

Consigli

«Al di là di tutto questo — dice l’attuale Presidente della SINPF, Claudio Mencacci e organizzatore del congresso — un consiglio valido per tutti è quello di cercare di mantenere ritmi di vita regolari, il più possibile vicini alla vita “prepandemica”. E anche se sarà difficile, sempre più studi indicano che la resilienza, cioè le nostre risorse psichiche nel fronteggiare le avversità, alla lunga possono opporsi al cosiddetto sovraccarico “allostatico”, cioè al peso psicofisico dovuto a una cronica esposizione a insulti stressanti».

Corriere.it – 18 febbraio 2021


Prendo un farmaco per l’emicrania: posso vaccinarmi contro il Covid?

Sono un’operatrice sanitaria e a breve farò la vaccinazione anti-Covid; da alcuni mesi assumo Erenumab per un’emicrania ad alta frequenza. Sono possibili interazioni tra il vaccino e il farmaco?

Risponde Maria Clara Tonini, neurologa presso il Centro per la diagnosi e cura delle cefalee, Clinica San Carlo, Paderno Dugnano (Milano)

Direi proprio di no, per i diversi meccanismi di azione dei due. Erenumab è un anticorpo monoclonale umano che si lega al recettore del neuropeptide CGRP (Calcitonin Gene Related Peptide), bloccandone il rilascio dalle terminazioni nervose trigeminali, che avvolgono come un reticolo le arterie meningee, impedendo così la conseguente potente vasodilatazione che è la causa dello scatenamento di un attacco emicranico. Recettori CGRP sono presenti anche in strutture cerebrali, quali talamo, ipotalamo e tronco encefalo coinvolte nella modulazione del dolore e Erenumab bloccherebbe il rilascio del CGRP anche da queste strutture. Questa terapia è rivoluzionaria specie per le donne che hanno una maggiore concentrazione dei recettori CGRP, correlata ai livelli plasmatici di estrogeni. Erenumab quindi non è affatto un vaccino, come erroneamente viene talvolta considerato, ma un farmaco specifico, per contrastare l’azione del CGRP e bloccare l’attacco emicranico.

Come agisce il coronavirus

Diversa è l’azione di un vaccino. In primo luogo un vaccino è un preparato biologico costituito da microrganismi uccisi o attenuati, oppure da alcuni loro antigeni, che iniettato determina una risposta del sistema immunitario simile a quella causata dall’infezione naturale, senza però causare la malattia e le sue complicanze. Il vaccino anti-Covid si basa sul fatto che il Sars-Cov-2 è un virus con un genoma a singolo filamento di Rna, costituito da un involucro (capside), con delle sporgenze (piccole proteine) a forma di spina — come un riccio di mare — chiamate Spike (S), che rappresentano la chiave di ingresso per entrare nella cellula. Una volta entrato nella cellula il virus libera il proprio genoma Rna, che contiene le istruzioni per copiare molte volte nuove copie del capside e delle proteine S, costruendo altri virus completi che usciranno dalla cellula ospite, dopo averla danneggiata, pronti a infettarne altre. Una volta usciti dalla cellula ospite i virus utilizzeranno il recettore ACE2 per attaccarsi a nuove cellule ed entrare in esse attraverso le protrusioni S, per poi replicarsi. I recettori ACE2 sono diffusi in tutto l’organismo, in particolare nelle cellule dell’apparato respiratorio, e questo spiega i gravi danni indotti dal coronavirus.

Neutralizzare la proteina S

Il vaccino ferma la replicazione del Rna virale disattivando la proteina S e impedendo così la replicazione virale. Questo accade perché con il vaccino viene inoculato solo una parte del virus, l’RNA-messaggero che, attraverso enzimi specifici, i ribosomi, costruisce solo le proteine S (non l’intero virus) , innocue nel determinare l’infezione ma che fungono da antigeni, perché riconosciute dal sistema immunitario come corpi estranei, il che porta alla produzione di anticorpi neutralizzanti contro le proteine Spike del virus. Il vaccino non introduce nelle cellule il virus, ma l’informazione genetica che serve a neutralizzare la proteina S. Il vaccino previene l’infezione (ma non ha un’azione curativa come un farmaco): se la persona vaccinata viene a contatto con il virus, il suo sistema anticorpale lo riconosce e lo neutralizza. Inoltre Erenumab che, ribadiamolo è un farmaco, anche se va iniettato sottocute come un vaccino, può essere autosomministrato, mentre la vaccinazione necessita sempre della presenza di un operatore sanitario.


C’è il rischio che il Coronavirus attacchi direttamente il cervello?

Corriere della Sera – Corriere Salute 28-5-2020


Per le mamme con emicrania COVID-19 positive

L’emicrania è una malattia che si manifesta prevalentemente nel 15-18% delle donne,  con una incidenza  soprattutto in età fertile (intorno ai 30-40 anni), ossia nel periodo della vita che può prevedere una gravidanza.  È oramai accertato che durante gravidanza l’emicrania tende ad assumere un andamento favorevole, con un miglioramento della frequenza degli attacchi soprattutto dopo il primo trimestre, sino alla possibile remissione per tutta la durata della gestazione. Solamente  il 4,3% mantiene una frequenza invariata degli attacchi, ma che si possono manifestare di intensità e durata minore.  Un esiguo numero di donne può presentare per la prima volta un attacco emicranico in gravidanza, solitamente con aura. Comunque, per la donna emicranica la gravidanza è un periodo che dovrebbe essere vissuto con serenità in quanto generalmente migliore.

Da non trascurare è il periodo dell’allattamento: gli attacchi emicranici si ripresentano in questo periodo solo nel 43% di donne che allattano al seno contro il 100% delle donne che utilizzano un allattamento artificiale.

In un  momento così epocale di pandemia da coronavirus ,  la gestione della gravidanza in  donne, anche emicraniche, risultate positive alla COVID-19 è diventato uno tra gli aspetti più preoccupanti dell’attuale emergenza per il possibile contagio materno-infantile prima, durante e dopo il parto.

A questo proposito la Società Italiana di Neonatologia – in base alle evidenze scientifiche disponibili in  letteratura e in concerto con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i Centri per il Controllo delle Malattie e Prevenzione, con le diverse Società Scientifiche di Ginecologia e Ostetricia, Pediatria, l’Istituto Superiore di Sanità – ha fornito delle linee guida di cui ANIRCEF ne ha ritenuto importante  la diffusione per rassicurare le donne emicraniche COVID-19 positive  in gravidanza e per rasserenarle riguardo la protezione all’allattamento materno e alla relazione materno-neonato.

In  sintesi alcuni punti fondamentali.

In gravidanza

  • L’infezione da COVID-19 in gravidanza presenta le stesse caratteristiche cliniche del resto della popolazione; ugualmente la donna in gravidanza può essere positiva asintomatica
  • La placenta non ha evidenziato alterazioni istologiche o presenza di Cov-2 non confermando il passaggio transplacentare dell’infezione.
  • Un’eventuale trasmissione al neonato avviene per via respiratoria nel post-partum e non per via transplacentare.
  • La positività alla COVID-19 non è un indicazione al parto cesareo.

 

Nel neonato e nel primo anno di vita

  • Pochi sono i casi descritti comprovati di COVID-19 neonatale, con sintomi respiratori non gravi e con esito favorevole.
  • L’esperienza dei Centri italiani di neonatologia conferma una percentuale ridotta di nati positivi da madre COVID-19 positiva, attribuibili a inefficaci norme di controllo della trasmissione madre-bambino nelle prime ore di vita.
  • I neonati diventano COVID-19 positivi nel corso del primo mese e probabilmente nei mesi successivi di vita nell’ambito di contagio intra-famigliare; vengono ricoverati per sintomi respiratori (febbre, tosse, incremento delle secrezioni respiratorie, rinite), raramente gravi da non necessitare cure intensive.
  • Viene precisato che l’uso della mascherina prima dei 2 anni di vita è controindicato per il rischio di soffocamento.

 

Durante l’allattamento

  • In caso di madre COVID-19 positiva il latte materno non va inteso come veicolo di trasmissione – in analogia ad altre note infezioni virali a trasmissione respiratoria.
  • L’allattamento materno si impone con un corretto approccio igienico-sanitario per limitare il contagio per via aerea e/o per contatto con le secrezioni della madre infetta, mediante l’igiene delle mani (non viene consigliato l’uso dei guanti) e l’uso della mascherina chirurgica durante la poppata.
  • Gli anticorpi specifici contro il COV-2 della madre possono passare attraverso il latte materno al neonato modulando l’infezione virale infantile.
  • L’allattamento al seno viene raccomandato considerati che i benefici per il neonato superano i potenziali rischi, salvo che la madre non si trovi condizioni di salute che non lo permettano (1); in tal caso viene consigliato il latte materno tramite spremitura manuale o meccanica.

 

Prevenzione della trasmissione materno-infantile

  • Le superfici con le quali la madre viene a contatto con il neonato vanno pulite e disinfettate (tiralatte manuale o elettrico, bottigliette, etc).
  • Alla mamma COVID-19 che abbia tossito si raccomanda di lavare delicatamente il seno con acqua calda e sapone o di pulirlo con un detergente prima della poppata; non viene indicato di lavare il seno prima di ogni poppata.
  • Il pelle a pelle fra madre e bambino va incoraggiato, non essendo rischioso per la trasmissione materno-infantile del COV-2, a condizione che la madre indossi la mascherina.
  • In ospedale la scelta di separare la madre COVID-19 positiva dal neonato o la possibilità di averlo nella propria stanza 24 ore su 24 (rooming-in) dipende dalle buone condizioni di salute  della donna (2). Tale scelta  va comunque condivisa con i genitori informati sui rischi della trasmissione COVID-19, consigliando nel secondo caso le  idonee misure di protezione nei confronti del neonato e in area isolata e dedicata.
  • Una volta rientrata al proprio domicilio la madre potrà restare isolata con il suo bambino in un’unica stanza, il più possibile ventilata con limitazione di accesso alle persone che devono prendersi cura di lei e in buona salute.

 

In condizioni normali la gravidanza ed in modo specifico il periodo puerperale determinano particolari stati emotivi, a maggior ragione in questa condizione di emergenza di pandemia COVID-19. Si raccomanda una peculiare attenzione genitoriale per far fronte a questa maggiore vulnerabilità.

 

  • Infezione respiratoria sintomatica (febbre, tosse, secrezioni respiratorie), compromissione dello stato generale
  • COVID-19 positiva asintomatica o paucisintomatica o in via di guarigione

 

Fonte

https://www.sin-neonatologia.it/indicazioni-sin/ Versione 10 maggio 2020

Maria Clara Tonini

Sabina Cevoli


La cefalea e la COVID-19

Una delle preoccupazioni che in questi mesi di pandemia COVID-19 (COronaVIrus Disease-2019 – Malattia CoV-2 identificata a fine 2019) si è sollevata è se alcuni farmaci utilizzati per l’emicrania, quali gli inibitori del sistema Renina Angiotensina (SRA) e  l’ibuprofene potessero aumentare il rischio di peggiorare la sintomatologia dell’infezione. Questo dato nasce dal fatto che entrambi i farmaci entrano in gioco nel bloccare la conversione dell’Angiotensina I in Angiotensina II  – un ormone peptidico considerato potente vasocostrittore nel produrre l’innalzamento della pressione arteriosa –  attraverso il recettore dell’enzima convertitore dell’angiotensiva-2 (ACE2), lo stesso recettore che facilita l’ingresso  del Coronavirus (Cov-2),  ipotizzando che una “sovraespressione” di questi recettori potrebbe facilitare  un maggiore ingresso del virus,  causa di una maggiore risposta infiammatoria. In una breve comunicazione, ricercatori del dipartimento di Neurologia della Mayo Clinic (Phoenix – USA), sulla base delle attuali evidenze degli studi in letteratura, in accordo con le diverse società internazionali scientifiche di cardiologia, dell’ipertensione, in concerto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con l’Agenzia Europea dei Medicinali, concludono che non vi sono prove convincenti che entrambi SRA e ibuprofene facilitino o peggiorino l’infezione CoV-2 in qualsiasi tipo di paziente, compresi i soggetti con emicrania, nei quali  la prescrizione di questi farmaci riveste un ruolo nella cura, soprattutto se presente ipertensione arteriosa.  Gli autori non vedono ragione di interrompere l’assunzione dei SRA, che potrebbe aumentare il rischio cardiovascolare soprattutto in donne emicraniche ipertese, il cui rischio è dimostrato aumentato; inoltre considerato l’ampio uso di ibuprofene nei soggetti con cefalea durante la pandemia di COVID-19 consigliano l’utilizzo di paracetamolo come prima scelta prima di utilizzare altri FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei), considerata la sua migliore tollerabilità [The J of Headache and Pain 2020;21:38].


Raccomandazioni per prevenire l’infezione di SARS-CoV-2 nei centri di terapia con tossina botulinica

La pandemia COVID-19 ci ha imposto nella fase 1 una sospensione dei trattamenti con tossina botulinica, ad eccezione di isolati casi urgenti. In considerazione della prossima fase 2 della pandemia COVID-19 dobbiamo ripensare radicalmente la procedura mininvasiva che prevede la somministrazione della tossina botulinica mediante iniezioni intramuscolari/sottocutanee nei diversi segmenti del corpo incluso il distretto cranio-cervicale, con particolare attenzione ai pazienti afferenti ai nostri ambulatori.

Il trattamento con tossina botulinica porta a stare a stretto contatto con il paziente anche per tempi non brevi, pertanto vi è la possibilità di diffusione del virus tra personale sanitario e paziente. Da questo nasce la necessità per i medici esperti di tossina botulinica di operare con una modalità di infiltrazione che sia efficace nella prevenzione della infezione di SARS-CoV-2.

Al fine di minimizzare i rischi di trasmissione del virus ed in assenza di linee guida nazionali o internazionali al riguardo, il G.d.S SIN Rete Italiana della Tossina Botulinica, in collaborazione con Accademia LIMPE-DisMov, ANIRCEF e SISC, propongono delle raccomandazioni di buona pratica relative alla procedura di infiltrazione con tossina botulinica nei pazienti afferenti agli ambulatori per la terapia con tossina botulinica.

Queste raccomandazioni hanno lo scopo di elencare le procedure minime necessarie per la sicurezza del trattamento con tossina botulinica in soggetti non affetti da sintomi riferibili a infezione di SARS-CoV-2.

Per quanto riguarda i soggetti di cui sia nota la positività per Covid-19 si rimanda al giudizio del clinico e alle disposizioni di legge.

Raccomandazioni strutturali per l’ambulatorio di terapia con tossina botulinica:                             

  • Sanificazione quotidiana degli ambienti da utilizzare per l’infiltrazione con tossina botulinica;
  • Individuazione di opportuni percorsi per accedere al centro di terapia che consenta ai pazienti di permanere il meno tempo possibile all’interno della struttura;
  • Strumento di controllo a distanza della temperatura corporea del paziente all’ingresso della struttura;
  • Disposizione di idonee misure di distanziamento interpersonale nella sala d’attesa;
  • Disponibilità e messa a disposizione di dispositivi di protezione individuale (DPI) quali: mascherine chirurgiche o FFP2, calzari, copricapo, camice monouso, guanti e visiere/occhiali e agenti di sanificazione per il personale sanitario. Materiale monouso, disinfettante per le mani e mascherine chirurgiche per il paziente.

 Pre-Triage Telefonico                                                                                                                        

  • La segreteria del Centro (o l’operatore sanitario) deve contattare il paziente almeno 4 giorni prima dell’esame.
  • Vengono poste le domande contenute nel questionario in allegato 1.
  • Se il paziente riferisce sintomi o segni compatibili con Covid-19, inclusa la temperatura corporea superiore a 37,5°C, o se è venuto a contatto con sospetti e/o pazienti COVID-19 la prestazione viene annullata.

I pazienti che risultano idonei al triage telefonico, vengono istruiti come di seguito:                          

  • Presentarsi in Ambulatorio non prima di 15 minuti dall’orario di esecuzione dell’esame. Se arriva prima di 15 minuti, deve attendere fuori e non entrare in sala d’attesa per evitare affollamento.
  • Giungere in ambulatorio con mascherina chirurgica protettiva e guanti di nitrile (anche per accompagnatori).
  • Entrare in ambulatorio senza accompagnatore o, se non autosufficiente, con un solo accompagnatore. Eventuali altre persone che verranno con paziente (oltre ad un solo accompagnatore) non potranno entrare in ambulatorio.
  • L’accompagnatore deve indossare la mascherina chirurgica protettiva e, dopo avere accompagnato il paziente, dovrà attendere fuori dall’ambulatorio o dell’ospedale durante l’esecuzione del trattamento con tossina botulinica.

 Triage in sede                                                                                                                                   

 Il personale sanitario che esegue il triage deve essere attrezzato con i seguenti DPI: mascherina chirurgica, guanti di nitrile.

Il triage di norma è eseguito all’ingresso della struttura e prevede:

  • Controllo della temperatura corporea.
  • Verifica dell’assenza di sintomi riconducibili a Covid-19 e conferma di non essere entrato in contatto con persone poste in isolamento fiduciario o venute a contatto con casi COVID sospetti/confermati.

Il paziente nella sala di attesa dell’ambulatorio deve mantenere un distanziamento interpersonale di almeno 1.5-2 m.

 Procedura di infiltrazione con tossina botulinica   

 Il paziente

  • Il paziente prima dell’accesso all’ambulatorio deve effettuare il trattamento delle mani con gel idroalcolici o a base di cloro. Obbligatorio per il paziente indossare guanti non sterili e una mascherina chirurgica.
  • Evitare che il paziente durante la sua permanenza nell’ambulatorio tocchi maniglie di porte, superfici, oggetti.
  • Eventuali operazioni di svestizione/vestizione devono avvenire in uno spazio definito dell’ambulatorio.

Il medico e i collaboratori:

  • Devono togliere ogni monile e oggetto Lavare le mani per almeno 20 secondi con acqua e sapone o soluzione alcolica. Indossare il primo paio di guanti. Indossare i calzari e copricapo, poi sopra la divisa il camice monouso, quindi mascherina FFP2; Indossare gli occhiali di protezione o visiera e indossare il secondo paio di guanti.
  • Al cambio di ogni paziente rispettare la sequenza indicata, rimuovere il secondo paio di guanti insieme al camice monouso, rimuovere gli occhiali o visiera e sanificarli. Praticare l’igiene delle mani con acqua e sapone o soluzione alcolica. Inoltre nel caso in cui la procedura di infiltrazione con tossina botulinica preveda trattamento nei distretti cranio-cervicali o in prossimità del cavo orale è obbligatorio che gli operatori sanitari cambino dopo ogni infiltrazione la mascherina FFP2, salvo uso di visiera protettiva.
  • Pulire tutte le superfici con cui il paziente è venuto in contatto (lettino, sedia) al cambio di ogni paziente con disinfettanti idroalcolici (alcol etilico a 70°) o a base di cloro (soluzioni di ipoclorito di sodio allo 0,1%). Le superfici più esposte vanno protette con barriere monouso che, a fine seduta, vanno sostituite smaltendole nei rifiuti speciali.
  • Ricambiare frequentemente l’aria fra un paziente e l’altro nell’ambulatorio, se non presente un sistema di ricambio aria condizionato.

Queste raccomandazioni per una procedura di infiltrazione sicura con tossina botulinica sono da considerare in evoluzione. Infatti nuove conoscenze sulla infezione di SARS-COV-2 potranno determinare variazioni delle regole di buona pratica suggerite.

Allegato 1

Vengono poste le seguenti domande:

  • Da quando ha prenotato l’esame, è cambiata la sua situazione clinica?
  • Ha avuto uno o più dei seguenti sintomi associabili a COVID-19?
    • Febbre
    • Tosse secca
    • Mancanza di fiato
    • Debolezza, dolori muscolari
    • Stanchezza eccessiva (non correlata alla sua patologia di base)
    • Mal di gola
    • Dolori addominali e diarrea
    • Congiuntivite e raffreddore persistente
    • Perdita di olfatto e/o gusto
  • È entrato in contatto con pazienti con i sintomi qui sopra elencati negli ultimi 30 giorni?
  • Nel suo nucleo familiare ci sono persone che sono isolate o sono state isolate negli ultimi 30 giorni?
  • Nel suo nucleo familiare ci sono persone che sono venute in stretto contatto con casi COVID sospetti e/o confermati o hanno visitato RSA chiuse per COVID-19?
  • Si accerti che l’eventuale accompagnatore non abbia sintomi simili a quelli appena indicati.

Scarica il pdf delle raccomandazioni


#inprimalinea

Riceviamo e con piacere desideriamo condividere con voi  il progetto “In prima linea” ricevuto dalla nostra Dr.ssa Renata Rao (Dirigente Medico e Responsabile Centro Cefalee Clinica Neurologica, A.O. Spedali Civili di Brescia) e dedicato a tutti i medici che in questo periodo hanno vissuto appunto “in prima linea” per fare fronte all’emergenza de Coronavirus.

#inprimalinea è un progetto realizzato dal prof. Massimo Tantardini , coordinatore del corso di laurea in Grafica e Comunicazione dell’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia, una delle città maggiormente colpite dal virus, con i suoi studenti, per ringraziare il personale sanitario, socio-sanitario e i volontari.

Cliccando sul link potrete trovare la descrizione del progetto e i 28 visual selezionati.

Link al progetto: #inprimalinea

Augurandoci che la creatività ed il bello ci aiutino ad uscire da questa crisi, vi invitiamo a condividere sui vostri social.


Consigli per la fase 2

È noto che lo stress e la mancanza di sonno sono tra i fattori più importanti nello scatenare un attacco di emicrania,  rispettivamente in circa il 70% e 55% dei soggetti (1). Inoltre come è stato ben evidenziato l’emicrania è una malattia dell’adattamento per cui ogni evento  particolare o traumatico che implica variazioni nei ritmi bio-psico-sociali è in grado di scatenare un attacco o di peggiorare l’andamento clinico dell’emicrania (2,3). In questo lungo periodo di isolamento e disagio causati dal Coronavirus,  questi fattori precipitanti, questo stress COVID correlato,  si sono maggiormente esacerbati ( 4) e la ripartenza, la fase 2, non sarà scevra di ansia,  preoccupazione, paura di imbatterci nel virus, ancora presente. Questi fattori ed emozioni stressogeni nei soggetti emicranici hanno una valenza maggiore con una maggiore difficoltà alla resilienza.

L’EURODAP, l’associazione Europea per i Disturbi da Attacco di Panico (5) in questo periodo oltre a promuovere un’iniziativa di supporto psicologico a titolo gratuito ha dettato alcuni consigli per prepararsi a tenere a bada stress e ansia in questa fase.

  • Attenersi alle informazioni fornite dalle fonti istituzionali
  • Evitare di parlare esclusivamente di coronavirus
  • Sforzarsi di riacquisire una buona socializzazione, con le dovute precauzioni
  • Utilizzare il tempo a disposizione per riabituarsi alla routine
  • Non avere paura di chiedere aiuto qualora se ne abbia necessità. È indispensabile avere la possibilità di elaborare lo shock per ripartire con una nuova consapevolezza e maggiore sicurezza in noi stessi e nelle nostre capacità.

Fonti Bibliografiche:

  1. Current Pain and Headache Reports (2018), 22: 81
  2. 2009 Oct;49(9):1378
  3. 2012;52 Suppl 2(Suppl 2):102
  4. In J Environ Res Public Health 2020, Mar 6;17(5):1729
  5. eurodap.it

Maria Clara Tonini


Covid-19 può dare come primo e unico sintomo il mal di testa?

La malattia da Coronavirus (COVID-19), si presenta con uno spettro di sintomi da lievi a severi in base alla progressione della malattia, non uguale in tutti i soggetti, e questo  fa sì che la manifestazione clinica completa non sia ancora  ben definita.

Dai molteplici studi recentemente pubblicati su  riviste autorevoli, (per esempio BMJ, JAMA, Lancet),  i sintomi più comuni della malattia, indicatori  di uno stadio medio-grave dell’avvenuto contagio e che richiedono il ricovero, sono: la comparsa di febbre (83-99% dei casi), stanchezza (44-70% dei casi), tosse secca (60-82% dei casi), mialgia o artralgia (35-44% dei casi), mancanza di appetito (40% dei casi) e dispnea cioè difficoltà di respiro (31-55% dei casi) per l’instaurarsi di una polmonite interstiziale mono o bilaterale (98% dei casi), con ulteriore peggioramento per il manifestarsi di un’insufficienza respiratoria acuta grave, complicata da insufficienza renale acuta, che possono condurre al decesso.

Circa il 67% dei pazienti di COVID-19 presenta sintomi lievi, mentre circa il 30% ha sintomi che richiedono il ricovero in ospedale (Rapporto COVID-19, Accademia Nazionale dei Lincei).

La British Association of Otorhinolaryngology, segnala che altri sintomi che devono mettere in allerta sono l’anosmia (disturbo dell’olfatto) e l’ageusia (disturbo del gusto), presenti, anche in assenza di altra sintomatologia, nel 30% dei soggetti positivi, come riportato da un’indagine condotta in diversi Paesi tra cui l’Italia, ma non segnalati dalla Cina.

Sintomi secondari, ma da tenere  presente, che possono manifestarsi durante l’incubazione del virus, ma anche uno-due giorni prima della febbre e dell’insufficienza respiratoria (10% dei casi), sono vertigini (9% dei casi), dolori addominali (2% dei casi), diarrea (4-15% casi), nausea (10% casi), vomito (4% casi), congestione nasale (4,8% dei casi), mal di gola (17,4% casi), mancanza di appetito (40-60% dei casi).

È stata pure segnalata, dall’Accademia Americana di Oftalmologia. la  congiuntivite : la via di accesso del coronavirus non sono infatti solamente naso e  gola, ma anche gli occhi,  attraverso i quali, il virus passando nei canali lacrimali, raggiunge  naso e gola e da qui i polmoni.

Questo insieme di sintomi, che interessano diversi organi, trova spiegazione nella presenza del recettore Ace2,  cui si lega il coronavirus, situato nell’83% nell’apparato respiratorio, ma per il restante in altri organi, in particolare nell’apparato gastrointestinale. Il che spiegherebbe la trasmissione oro-fecale del virus.

La cefalea è stata segnalata nel 3-11% dei soggetti contagiati, nei 6-14 giorni prima dell’esordio della febbre, non come unico sintomo ma in associazione almeno ad uno dei sintomi sopra descritti. In Italia al momento  non ci sono studi di popolazione che possano indicare con precisione l’incidenza della cefalea in questa malattia.

Inoltre non bisogna trascurare cofattori quali: l’isolamento sociale, il cambiamento di abitudini, l’ansia, la depressione reattiva, il non dormire bene, che possono causare la cefalea anche in chi non ne ha mai sofferto.  La cefalea se presente come unico sintomo, come da lei descritto, può far pensare ad una forma di tipo tensivo causata dallo stress che questa inaspettata e difficile situazione ci porta ad affrontare.

Maria Clara Tonini

Pubblicato su Corriere Salute – Gli esperti rispondono – giovedì23 aprile 2020


Il ricordo per Riccardo Zucco, un amico portato via dal virus

Caro Riccardo questo vuole essere il nostro saluto “istituzionale”.

Lo facciamo in modo congiunto e sappiamo che ne saresti stato molto contento, perché il nostro gruppo di “cefalologi” Emiliano Romagnoli è riuscito a portare avanti un progetto, non solo lavorativo, ma anche basato sulle relazioni tra le persone ed è andato oltre i simboli e i vecchi rancori.

E tu, con il tuo grande impegno e disponibilità, hai dato un contributo prezioso a tutto questo. Ci hai insegnato che, con pazienza a dedizione, gli obiettivi prima o poi si raggiungono. E’ sufficiente guardare come hai trasformato il Centro Cefalee a Reggio Emilia che, anche grazie a te, è diventato riferimento per altri Centri e modello per tutti i Colleghi più o meno giovani del territorio.

Non sei stato solo collega, per noi sei stato anche amico entusiasta e generoso.

Per questo oggi il nostro pensiero commosso è ricco di ricordi preziosi e di insegnamenti che porteremo avanti con impegno.

I tuoi amici colleghi

Alberto Pini ( Modena), Franco Granella (Parma),

Gian Camillo Manzoni ( Parma), Giulia Pierangeli (Bologna),

Giovanni Ferrarini ( Reggio Emilia), Marco Russo ( Reggio Emilia),

Michela Cainazzo (Modena), Sabina Cevoli ( Bologna),

Simona Guerzoni (Modena), Paola Torelli (Parma),

Pietro Cortelli ( Bologna), Pietro Querzani ( Ravenna),

Valentina Favoni ( Bologna)


Noi naviganti

Coraggio ragazzi!!

Noi naviganti abbiamo imparato la pazienza. Due settimane? giusto il tempo di una traversata atlantica. Tre? una traversata del pacifico, due mesi? L’ indiano e il mar rosso!! Chi l’ha affrontato non lo scorda. I prime tre/quattro giorni sono i piu difficili dobbiamo adattarci ma poi tutto si armonizza e il tempo comincia a scorrere con ritmo ogni giorno sempre piu confidente. Ogni pomeriggio verso il tardo ci diciamo che un altro giorno è  passato e ci approntiamo a gestire la notte sempre con un pizzico di ansia ben celata. Ci ritroviamo  con ancestrale naturalezza a scartare tutti gli inutili orpelli e a concentrarci solo su cio che più conta   traendo sottile ma intenso godimento da piccole cose che  in altri contesti non avrebbero avuto alcuna dignità.

Viviamo a stretto contatto 24 ore su 24 con persone che non sono li per caso ma che si sono tra loro scelte per condividere un lungo viaggio e per raggiungere insieme una meta, ne rivalutiamo i pregi e ne sopportiamo i difetti.

E quando avremo ormai piena confidenza con la nuova dimensione anche   questo oceano finirà e finalmente sbarcheremo di nuovo sulla terra con l’ irrefrenabile fanciullesca voglia di scoprire quel mondo così nuovo, diverso e inesplorato rispetto a quello che avevamo lasciato. Saremo frastornati e i primi passi saranno falsati dal mal di terra ma solo a noi e solo per pochi istanti sarà concesso di avvertire quel sottile senso di gratitudine per il pianeta che ci ospita.

Buona traversata cari amici che anche le mura delle nostre case cosi come lo sono stati vento e mare ci siano amiche e ricordiamoci all’arrivo di ringraziare e rispettare il nostro padrone di casa per l‘ ospitalità… chiunque esso sia.

FabioFrediani

Milano, 14/3/2020


Il pianeta arrabbiato

In questo silenzio, interrotto dal suono acuto delle ambulanze, dal ronzio quasi assordante delle eliche degli elicotteri, simile al ronzio delle api o dei mosconi,  penso, mi interrogo, rifletto,  oggi … sul pianeta.

Questo strano oggetto in cui viviamo, perfetto, perché rotondo; colorato – di blu, di verde, di giallo, di rosso, di bianco – con venature grigie e nere, fatto di suoni, di luce.

Penso a quanto finora ci abbia amato: un amante paziente, generoso; un amante con tante risorse per coccolarci, per farci star bene. Un amante oggi arrabbiato, deluso per i nostri comportamenti irrispettosi, per le continue ferite, i continui insulti a cui lo sottoponiamo.

Mi interrogo su come vorrà comportarsi. Come vorrà andare avanti. Come vorrà porre fine alla continua tortura di ogni giorno: bruciature, asfissie, tagli, ferite.

Rifletto su come vuole reagire. Rifletto su come reagirei al suo posto: non più con bontà, non più con sopportazione, ma con una punizione. Ma che tipo di punizione? Benevola? Severa? Indulgente?

Con un semplice rimprovero? Ogni tanto ce lo fa. Ogni tanto ci fa capire che è stanco, che non ne può più.

Si fa sentire con qualche tremore, con qualche ruggito, con qualche ondata.

Noi, ci spaventiamo; gli diciamo che non lo faremo più, ma poi tutto ricomincia.

Non capiamo, non crediamo che il pianeta si sente al limite, che in questa condizione sta stretto.

Allora ritorno a pensare … penso …  penso sì al coronavirus.

A questo essere quasi invisibile sconosciuto, con una “corona”, segno di dignità regale, che arriva da lontano, inviato dal pianeta, che si insinua in modo subdolo nelle nostre cellule, nelle nostre anime, iniziando una guerra con migliaia di morti, di feriti, determinando dolore, solitudine, allontanamento dalla nostra vita normale, dai nostri affetti, dalla serenità.

Penso …  siamo tutti in casa a difenderci per non respirarlo, per contenerlo, lontani gli uni dagli altri per salvarci, perché se ne ritorni da dove è venuto e, nel contempo, … il pianeta finalmente si sta riposando, sta respirando, si sta surriscaldando e sciogliendo di meno, sta riprendendo i colori, il silenzio,  la sua energia … e noi … dobbiamo iniziare a riamarlo.

M.C. Tonini

Miano 26 marzo 2020

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